Diego Zandel, © Tutti i diritti riservati

I miei libri

I testimoni muti

Editore: MURSIA
Autore: DIEGO ZANDEL
Data Pubblicazione: 21/01/2011

CAPITOLO PRIMO: I PROFUGHI

Tu non altro che il canto avrai del figlio, o materna mia terra; a noi prescrisse il fato illacrimata sepoltura. Ugo Foscolo, A Zacinto

Il mio nome, gridato nel vento, si disperdeva nell’aria. Era la mamma che mi chiamava. Io facevo finta di non sentirla. Gli altri bambini e ragazzi non ci facevano caso, tranne Lello che, pensando non l’avessi udita, mi avvertì: «Ti sta chiamando tua madre». Mi limitai ad annuire, accucciandomi ancora di più, con l’intento di nascondermi meglio, tra l’erba alta. Stavamo facendo un gioco. Eravamo una decina tra piccoli, come me e Lello, e un po’ più grandi: con i pantaloncini abbassati provavamo a fare la cacca. Era capitato che a uno di noi stava per scappare e, invece di andare a nascondersi, visto che ci trovavamo già sul prato, s’era messo a farla lì. Qualcuno era scoppiato a ridere e s’era chinato a sua volta, subito imitato da un altro e un altro ancora, finché c’eravamo messi tutti seduti a culo nudo, anche chi, come me, non aveva nessun bisogno da fare. Non sapevo in cosa consistes- se il gioco, lo facevo perché lo facevano gli altri, e sembravano divertirsi. Era un po’ come quello della pisciata, a chi la faceva più lunga. Ma qui cosa bisognava fare? Chi la faceva più grossa? Però, non s’era detto niente, solo si rideva. «Vieni subito a casa!»

La mamma era arrivata alle mie spalle. Vista la scena, per discrezione, era rimasta a una certa distanza. Io guardai smarrito Lello e gli altri, che però, intenzionati a portare avanti il gioco, non si curavano della cosa. E poi erano abituati al solito controllo asfissiante della mamma o della nonna, per cui, nel momento più bello, capitava sempre di sentirmi richiamare e dovevo tornare indietro, restare nei pressi di casa, mentre tutti gli altri bambini continuavano ad essere liberi di fare ciò che volevano. Così quella volta: avvilito di fronte agli altri, ma anche un po’ pensando di essere stato colto a commettere un peccato, per il culo e il pistolino fuori, tirai su i pantaloncini e mogio raggiunsi la mamma temendo chissà quale reprimenda. Invece lei mi prese per mano e mi spiegò: «Là xe el buron, ti lo sa. Quante volte te go dito de non andar in quel prato?».

Era il prato dietro la chiesa, oltre la rete di recinzione del campetto da calcio della parrocchia. Finiva in quello che per tutti era il burrone, el buron. Consisteva in un precipizio di tufo rosso di due o tre metri, sotto il quale riprendeva il prato che arrivava lontano, più lontano dei «due alberi», due grandissimi, fronzuti eucalipti, che segnavano un po’ il confine della terra, oltre il quale si estendeva l’infinito. Non c’erano case, se non, distanti, le mura delle caserme della Cecchignola. Null’altro in mezzo che i prati. La sera li attraversava il suono della tromba militare che annunciava il silenzio. Poi, solo a spostare lo sguardo di un mezzo arco, si vedeva il Monte Cavo con i Castelli Romani sullo sfondo e, più vicino, il castelletto della Cecchignoletta, con la torre merlettata e le mura più basse. Dicevano che ci abitava un nobile, un marchese. Papà raccontava sempre di quando, io ancora neonato, arrivava fin lì a piedi per prendere il latte, quello leggero, di capra, che serviva per allattarmi perché la mamma era malata di tubercolosi e non poteva darmi il suo o non lo aveva. Anzi, allora la mamma non c’era proprio, perché stava in sanatorio e il latte di capra me lo dava la nonna. La mamma era tornata quando io già andavo all’asilo: fino a quel momento, avevo sempre pensato di essere l’unico bambino a non avere la mamma ma la nonna. Così, quando era tornata e aveva detto di essere la mamma, l’avevo presa a calci, non la volevo perché non volevo come mamma una sconosciuta. Poi, però, era così buona e dolce, e la più bella di tutte le mamme, che avevo cominciato a volerle bene.

Ora, tranquillizzato per non aver commesso nessun peccato, lì al prato, pensai di giustificarmi con una bugia. «Mi scappava la cacca.» «Vi scappava a tutti, ma dài...» la mamma rise. «Hai fatto qualcosa, almeno?» «Niente.» «Allora non ti scappava proprio.» Superata la chiesa, raggiungemmo le pensiline dei padiglioni e, da lì, il portone di quello in cui abitavamo con altre dieci famiglie. Sotto le pensiline i bambini giocavano, i grandi si fermavano a chiacchierare. Vedemmo la nonna, insieme ad altre donne anziane sedute ciascuna sullo scagnetto o sulla sedia che si portavano da casa. Io mi liberai della mano di mamma e corsi gioioso verso la nonna. L’abbracciai forte, e lei, stringendomi a sé, mi mormorò mezzo in croato ciakavo1 e mezzo in veneto: «Sine moj, dove ti eri?». Al che la mamma, sopraggiunta, con tono di rimprovero rivelò: «El iera al buron».

«Cià, si mugnene? Ti sa che xe pericoloso. Ti ga tanto spazio qua!» Mancavano però i miei amichetti. C’erano solo alcune bambine, che giocavano ai quattro cantoni. Ciascuna di esse occupava una colonna rotonda di quelle che sostenevano le pensiline, due bambine si mettevano al centro e, quando una gridava «via!», queste dovevano cercare di occupare le colonne che le altre correvano a scambiarsi. Chi si trovava senza colonna doveva mettersi al centro e tentare di guadagnarla al giro successivo. Era un gioco tutto basato sulla velocità dell’esecuzione. Io lo trovavo molto divertente, ma non me la sentivo di essere l’unico maschietto della compagnia. Così seguii la mamma che rientrava in casa.

Percorremmo il lungo corridoio di quel falansterio pontino sul quale si affacciavano, una di fronte all’altra, le porte degli alloggi, ciascuno di essi assegnato a una famiglia di profughi. Io e la mamma entrammo nel nostro, che poi era la cucina, con l’angolo chiuso a muro del water e il lavandino che serviva a tutto, a cucinare e a lavare i piatti e gli indumenti, alla toilette mattutina e alla barba di papà, e una porta di qua, l’altra di là, due camere, quella dei genitori e quella mia e della nonna. Spazi angusti. Eppure mamma di- ceva che al Villaggio era meglio che all’altro campo, quello di Servigliano, nelle Marche, dove io ero nato.

Il campo profughi di Servigliano

Una fotografia del campo, prima che, negli anni Settanta, un sindaco facesse abbattere tutto, mostra una serie di baracche di legno, dal tetto spiovente, allineate all’interno di un alto muro di cinta in mattoni. I miei genitori prima e la nonna più tardi ci arrivarono alcuni mesi antecedenti la mia nascita… (continua a leggerlo nel mio libro “I testimoni muti”, Mursia editore)

  • “I testimoni muti” dell’esodo sospesi tra due mondi di Pietro Spirito – Il Piccolo
  • Io, profugo dell’Istria, patriota senza patria di Antonio Airò – L’Avvenire
  • E De Gasperi sacrificò l’Istria di Alberto Piccioni – L’Adige
  • Quei testimoni muti dell’esodo e delle foibe di Vito Antonio Leuzzi – La gazzetta del mezzogiorno