Diego Zandel, © Tutti i diritti riservati

I miei libri

I Confini dell'odio

Editore: Aragno
Autore: DIEGO ZANDEL
Data Pubblicazione: 10/07/2002

E’, al momento, l’ultimo romanzo che ho scritto, pubblicato da un piccolo editore, Aragno, ma che ha un grande editor, Raffaele Crovi, spina dorsale della editoria italiana del dopoguerra, l’ultimo dei grandi editor storici.

“I confini dell’odio” racconta una storia ambientata tra Fiume e i Balcani al termine della guerra interetnica del 1991-1995 nella ex Jugoslavia. Un figlio, Bruno Lednaz (si legga allo specchio questo cognome), accompagna la salma del padre, che aveva chiesto di essere sepolto a Fiume, sua città natale, allora italiana, oggi croata.

Da pochi mesi è stato firmato a Dayton, negli Stati Uniti, l’accordo di pace che sancisce la pace e la divisione dei territori della ex Jugoslavia tra croati, serbi, bosniaci e serbo-bosniaci.
Ciò nonostante, ai confini, è ancora vivo l’odio innescato dalla guerra. Bruno se ne accorge quando, in attesa di un posto al cimitero per il padre, decide di accompagnare un parente in Lika, una regione della Croazia. Da questo momento comincia per lui una tragica odissea che sarà, insieme, denuncia dei mali che accompagnano ogni guerra – violenza, soprusi, traffici illegali, corruzione – e condanna della guerra stessa.

Anna Balducci, L’arena di Pola, 31.12.2002 Era da tanto che un libro non mi coinvolgeva così emotivamente, se è vero, come dice Paul auster citato all’inizio del volume, che l’autore si immerge nel personaggio immaginario e finisce per diventare il personaggio stesso,anch’io leggendo questo libro mi sono sentita catapultata nel mondo che Diego Zandel ha descritto.

Giuseppe Bonura, Avvenire, 22.9.2002 Anche questo romanzo recente di Diego Zandel è stato scritto con l’intento di convincere gli uomini che la guerra è la cosa più stupida che ci sia, come già sosteneva Maupassant. E anche con l’intento di tenere viva la memoria, anziché abbandonarsi all’oblio. Zandel è nato a fermo ma i suoi genitori sono profughi istriani e da bambino deve aver sofferto la sua condizione di profugo. Credo che il suo romanzo sia in parte autobiografico, comunque è scritto come un reportage oggettivo.

Giacomo Botteri, Il Momento (di Pordenone e Venezia Giulia), settembre 2002 Il valore sociale della denuncia, la forte caratterizzazione dei personaggi, l’azione e il ritmo incalzante della vicenda si configurano come l’ossatura stringata ma già compiuta di una sceneggiatura. Occorrerebbe un Ken Loach nostrano per trasferire sullo schermo quest’opera corale e intimistica a un tempo, facendone una lezione civile per le nuove generazioni.

Pasquale Chessa, Panorama, 8.8.2002 E’ indelebile l’immagine della bambina musulmana Ferida, circondata dalla sua banda di banditi bambini di Mostar, che per vendicare il suo stupro riesce, minacciando una corrispondente vendetta, a sconvolgere la mente del croato Boris. Siamo al tempo della effimera pace di Dayton. Lo scrittore Bruno Lednaz, tornato a Fiume per seppellire il padre, viene trascinato in una storia di guerra reale dove giustizia e verità si confondono con violenza etnica e ferocia politica dentro una linea d’ombra che non consente di distinguere fra il male e il bene. Una trama avventurosa, azzardosi colpi di scena, improbabili deus ex machina, non tolgono al racconto la forza di ritrovare nelle tragedie di oggi la memoria delle tragedie di ieri.

Mariuccia Coretti, Il banco di lettura, 25/2002 La tecnica scrittoria dello spionaggio, del thriller è famigliare a Diego zandel come già il romanzo d’azione e d’avventura - conosciamo le sue esperienze passate – ma qui c’è ancora qualcosa di più, ben palese, bene orchestrato. C’è il dolore sempre; rabbia, cattiveria, nefandezze, sopraffazione o desiderio di vendetta ma anche sempre dolore e magari rimorso e su di essi tante ricadute di ripensamento, di sofferenza non rimarginabile.

Elvio Guagnini, Il Piccolo, 20.8.2002 Il romanzo di Diego Zandel “I confini dell’odio” è un po’ una sintesi degli interessi, dei modi e delle tendenze narrative dell’autore. Ma è anche – come tutte le sintesi originali – un rilancio in direzioni nuove.
Zandel è un caso emblematico nella cultura giuliana. Figlio di genitori fiumani, è nato – nel 1948 – nel campo profughi di Fermo, in provincia di Ascoli Piceno, ed è vissuto, poi, al Villaggio Giuliano di Roma. (...) Se già la sua poesia presentava problematiche legate al ricordo dell’Istria, anche la sua narrativa – pure sviluppata in diverse direzioni - appare spesso legata a vicende che appaiono sollecitate da echi autobiografici o da esperienze legate alla propria vita, in forma diretta o indiretta. (...) Anche questo nuovo romanzo intreccia elementi di avventura, di suspense, tratti propri del genere thriller con elementi che riguardano anche l’autobiografia di Zandel, uno scrittore che annovera – tra gli autori più amati – Kipling, Durrell, Hemingway, Ambler, MacLean, Greene. (...)
La tecnica del thriller e la messa a punto di una strategia di suspense, l’abilità di condurre un racconto, un intreccio complicato e ricco di colpi di scena maturato da Zandel nelle sue spy-story, valgono qui a mantenere in tensione costante il ritmo e il percorso di una narrazione che vuole tenere viva l’attenzione del lettore. Ma, dietro queste abilità tecniche (e dietro certe concessioni tematiche e stilistiche a tratti di un racconto che vuole essere anche di “consumo”) Zandel intesse un discorso problematico complesso: sulla guerra, sugli istinti, sui sentimenti, sulla violenza, sulla sofferenza, sulla vanità e sulla pretestuosità degli odii etnici che però producono danni reali e materiali terribili e causano ferite difficilmente rimarginabili.

Eugenio Lio, La Discussione, 17.10.2002 Dopo “Massacro per un presidente” e “Una storia istriana” Diego Zandel torna con un nuovo avvincente romanzo “I confini dell’odio” ambientato nella ex Jugoslavia, terra della sua memoria. (...) Uno sfondo – che Zandel mostra di conoscere bene, con precisione da cartigrafo – troppo reale e troppo, storicamente, vicino per poter inquadrare il nuovo romanzo di Zandel come spy story. E’, insieme, un romanzo di formazione, una sorta di ascesi laica dei protagonisti che arrivano, folgorati, a vedere la realtà. E’ una denuncia. E’ un affresco impietoso. Ma, inoltre, l’attraversa una sottile metamorfosi insieme, etica e epica.

Mario Lunetta, alla presentazione al pubblico del libro, 10.7.2002 “I confini dell’odio racconta una serie di storie disposte a raggiera che tornano costantemente a stringersi attorno al mozzo di una ruota impazzita. Ne nasce un’allegoria vivida di certi anni d’Europa di cui anche noi, così lontani da Mostar e dal suo ponte leggendario, siamo stati e siamo parte, nel pubblico e nel privato. E quest’ultima zona, appunto, tiene nel romanzo di Zandel un luogo rilevante: non nei modi banali e sentimentali con cui la simil-letteratura da premi estivi continua ad aduggiarci, ma in quelli, dignitosi e composti, coi quali uno scrittore degno del nome pesa i sentimenti e gli effetti, indaga le relazioni, giudica infine anche se stesso.

Giuseppe Lupo, Stilos (Il giornale di Sicilia), 6.8.2002 La narrazione, asciutta e vibrante, si inserisce subito nella macrostoria, fra le bombe, i carri armati e il sangue dei morti. Qui non si tratta di una guerra omerica, combattuta per la supremazia di un popolo su un altro,e neppure di quella epica narrata da Jahier, Lussu, Rigoni stern agli inizi del Novecento o, in tempi più recenti, dallo stesso Sgorlon, che divide con Zandel, l’appartenenza a una marca di confine. Qui si ha la sensazione che morire non serve a niente e il paesaggio descritto nel romanzo è spesso notturno e infernale, chiuso alla speranza come l’oltretomba dantesco.

Mauro Novelli, Diario, 20.10.2002 Nel vedere ammainata ogni dignità umana Bruno, che narra in prima persona, passa dallo spaesamento all’indignazione, conservando un fondo di ingenuità che se non giova al personaggio (in sostanza un brav’uomo senza aggettivi) certo dà risalto all’assurdo bellico. Nel ruolo di braccato, per cui alla fine si confonde con un gruppo di profughi croati, il suo destino ripete quello dei genitori, cacciati dagli s’ciavi, che ora – per una sorta di nemesi storica – gli sono compagni: e come i carnefici odiano anch’essi, con tutte le loro forze, per dare un senso alle sofferenze patite.

Claudio Magris, Il Corriere della Sera, 5.7.2002 La letteratura triestina – tante volte banalizzata in un’immagine stereotipa, riduttiva anche se o proprio perché celebrativa – rivela una robusta vitalità, in una fedeltà alla propria tradizione che si accompagna all’originalità di nuovi percorsi e presenze. (...) il panorama si estende ovviamente all’Istria e a Fiume, a quegli orizzonti dell’Est presenti ad esempio nel recentissimo “I confini dell’odio” di Diego Zandel.

Marino Micich, Fiume, Luglio-dicembre 2002 “I confini dell’odio” è un romanzo in bilico tra storia e finzione, è un’aperta denuncia degli orrori della guerra e delle ideologie; con esso lo scrittore ci invita a considerare la vita con più coscienza e responsabilità. Il messaggio di Zandel è chiaro, umanamente comprensibile e di grande valore, come lo è la sua

Ermanno Paccagnini, Il Corriere della Sera, 21.7.2002 Sono diversi i filoni tematici che s’incrociano nel romanzo di Zandel: l’esperienza autobiografica; il dissolvimento della Jugoslavia e il persistere di violenze pur dopo le suddivisioni sancite dagli accordi di Dayton, cui si riferisce il titolo; e una struttura da romanzo d’avventura, non senza la topica componente sentimentale (...) E qui mi fermo col racconto della trama, che proprio sulla suspense regge la propria scansione narrativa: di buon ritmo, sia pur con qualche snodo narrativo un po’ troppo azzardato. Del resto zandel, autore anche di spy stories, utilizza lo strumento narrativo per due diversi percorsi. La denuncia d’una realtà che ha visto orrori e innocenze da entrambe le parti (e ricordo qui le belle figure della povera gente, come il padre musulmano o il pescatore croato), su cui si staglia un vertice politico preoccupato solo di se stesso, alla faccia dell’impotente forza di pace. Una denuncia espressa con immagini anche brutali, frutto di un forte sentire (...) Quanto al secondo percorso, la lezione universale del dolore insito in ogni diaspora poggia invece, anche per vie autobiografiche, su toni di addolorata nostalgia.

Giacomo Scotti, La Voce del popolo, quotidiano della minoranza italiana in Croazia, 7.6.2002 Raramente si legge un romanzo più di questo immerso nella realtà storica, una realtà fatta da tanto odio da indurre il romanziere a intitolare il suo racconto come l’ha intitolato. In realtà quell’odio non ebbe confini.

Carlo Sgorlon, Messaggero Veneto, 10.10.2002 Zandel racconta in modi realistici, incisivi e appassionati, fatti accaduti o verosimili, ma anche realtà di cui chi sa giudicare e capire aveva già per conto suo un sentore profondo. Il libro di Zandel perciò è un romanzo di denuncia e di provocazione, per richiamare fatti e situazioni che gli italiani tendono a dimenticare.